giovedì, 24 aprile 2008

Esistono luoghi davvero tristi. Uno di questi luoghi è l'angolo del corridoio dove si trovano le macchinette distributrici di merendine e di bevande calde o fredde.

Ed esistono ore più tristi di altre. Una delle ore più tristi della giornata è la sera, terminate le visite, dopo la cena, insipida, consumata seduti sul bordo del letto, fissando... la finestra (non oltre).

All'angolo del corridoio, dove si trovano le macchinette distributrici di merendine e di bevande calde o fredde, la sera, passata l'ora delle visite e consumata, ormai, lentamente, la cena insipida, penso.

Penso che la tristezza è nei luoghi, più di quanto immaginiamo, e nelle ore; e resta, in certi luoghi, in certe ore, come... nell'aria: e ti si attacca addosso come un'afa estiva.

E sono le sere e sere di chissà quanti, di chissà quanti come me, ora, qui, alla macchinetta del caffè, che qui respiro.

Il dolore porta altro dolore e questa tristezza è un cancro.

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venerdì, 04 aprile 2008
ho una certa simpatia per il venerdì. come tutti. come tutti o quasi. a tronchetti provera, forse, il venerdì è solo il giorno del tennis. per sua moglie, afeff, forse è solo il giorno del tennis di tronchetti provera. per entrambi, forse, è il giorno in cui si parte per i lidi ferraresi per il week end nella seconda casa comprata dalla palizzi immobiliare e arredata da katia arredamenti (quella di: "sciura maria - grazie d'esistere"; o di: "ditemi dove vorreste andare ed io ci andrò per voi"). forse, ho detto.
 
dicevo?
 
ah sì: ho una certa simpatia per il venerdì. come tutti, o quasi, gli sfigati che vivono in un'apnea ciclica tutta la settimana, tutte le settimane, i mesi, le stagioni, gli anni. un po' moratti, insomma. quello prima maniera. quello di... "silenzio! pirla moratti". non quest'ultimo. non questo che... è diventato persino antipatico, ormai. ormai è diventato antipatico persino a tronchetti provera e a sua moglie afef che... forse, forse dico, forse non lo invitano più nemmeno a passare il week end nella loro casa al mare nei lidi ferraresi.
 
dicevo?
 
ah sì: il venerdì!
 
il friday! the friday! the casual friday!
 
essì perché... sempre più il venerdì è friday! e se questo non bastasse... sempre più il venerdì è casual friday!
 
io ho una certa simpatia per il venerdì, anche se è l'ultimo giorno prima del week end. mi era più simpatico quando era il giorno prima del fine settimana ma... anche come soglia del week end... una certa simpatia me la fa ancora. e un po'... un po di simpatia me la fa ancora, oggi, che è, ormai, sempre più friday e sempre più casual friday.
 
ostia.
 
non ci son più le stagioni di una volta. e nemmeno la neve d'un tempo. alla prossima pasqua bassa mangeremo la colomba in bermuda.
 
ma il casual friday è peggio. lo sopporto meno del buco dell'ozono.
 
ostia
 
ho una moderata simpatia per il venerdì mentre una volta... oh! una volta... ! impazzivo per il venerdì! era l'amante migliore, la ciucca più allegra, la fantasia più serena. andavo in ufficio tutto contento. era il sabato del villaggio e non mi importava nemmeno d'essere lo scemo del villaggio. che tanto era venerdì.
 
andavo in ufficio col mio bell'abito, la mia bella cravatta, le mie belle scarpette stringate d ero un inglese finalmente sorridente anche se perso nel fumo di londra di una città come milano.
 
ora...
 
ostia
 
il venerdì mi fa solo una certa simpatia.
 
e la colpa è della 'merica! degli ammericani! e dell'inglese fesso quanto il sorriso da paresi.
 
casual friday. ma vi rendete conto?
 
il concetto stesso, dico... !   ?
 
oggi è friday....
 
quindi...
 
mi vesto casual!
 
non io! fdatevi! io no! io... NO! io mi ribello! lo so che è da sfigati pure come ribellione. manco mi Ribellassi davvero.
 
li vedo. vi vedo! vi vedo! il venerdì... casual. il lunedì... il martedì, il mercoledì, il giovedì! poi.... il Venerdì! finalmente è Friday! è Casual Friday.
 
come se questa fosse libertà. come se fosse pioggia estiva.
oh. sia chiaro... io vi amo tutti comunque e il venerdì ancora mi piace. io vi amo. continuo ad amarvi tutti solo che... voi potreste rendermi la cosa un poco più semplice. non vi chiedo altro. io vi amo. ok? facciamo che io vi amo ma... voi me lo rendete più semplice ok? mi basta poco e per quel poco... vi amerò tutti molto di più.
 
mi basta poco. potete continuare a chiamare il fine settimana, week end, a chiamare il venerdì, friday, anzi... potete anche chiamarlo casual friday. solo...
 
solo non vestitevi come degli sfigati in libera uscita! ostia! gia mal sopporto i vostri vestiti da 400 euro comprati in negozi dai nomi improponibili come Tandem, Flipper, ecc. i vostri ed i miei, sia chiaro. io mi vesto così. da sfigato. solo che il venerdì continuo a vestirmi così. non collaboro! insomma... io non sono un collaborazionista e nemmeno un kapò. che poi... uno che veste male in abiti mediocri... non è che casual stia meglio! non è che tolta la divisa, tolta la tuta da prigioniero... noi si possa far altro che fingerci uccelli. io vi amo, giuro! ma non mettetevi la felpa, ok? nemmeno quella di baci&abbracci, ok? nemmeno se l'avete comprata a serravalle scrivia, ok? meglio l'abito preso al flipper e la cravatta da mcties, ok? e la camicia di nara, o mara. ok? abbinate anche alla cazzo di cane, se volete ma, per dio, niente felpa ok? non fa nulla se è friday, la felpa no. e nemmeno il pile, nero, pieno di forfora. ok? io vi amo lo stesso. ok? vi amo perché siete il mio prossimo ed io amo il mio prossimo.
 
come me stesso.
 
postato da: Safetsifuli alle ore 19:35 | Permalink | commenti (1)
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lunedì, 24 marzo 2008

Ho iniziato a camminare.

Nel senso del podismo.

C'è chi inizia a correre e chi inizia a camminare.
Io ho iniziato a camminare.

Forse passerò alla corsa, al running, per dirla alla "metropolitana".
Forse.
Forse no.
Forse continuerò, semplicemente, a camminare.
Forse mi si addice di più.

Già, perché... , camminare, ho scoperto, mi si addice.
Dev'essere per forza così perché mi piace troppo farlo.
Mettermi un paio di scarpe da ginnastica, o da running, per dirla alla "metropolitana", e camminare.

Non lo sapevo.
L'ho scoperto di recente.
Non senza sorpresa.

L'ho scoperto, un giorno, tempo fa.
Ho iniziato a camminare e ho pensato fosse piacevole, all'inizio, e poi... più che piacevole, bello; poi molto bello, poi esaltante.

Ora penso sia anche meglio di scopare, a volte.
A volte.
Nel senso che, a volte, avrei fatto meglio ad andare a farmi una passeggiata invece di scopare.

Ma è un altro discorso e il discorso, ora, è il camminare.

Per essere un sedentario, seppur pentito, ormai, copro distanze per me inimaginabili, fino a poco tempo fa.
Ieri 10 km.
L'altro ieri 12.
Non è poco, non trovi?
Mica poco, vero?
E ad un bel passo!
Circa 6 km l'ora che per un sedentario, seppur pentito, ormai, non è poi male.

Ma queste son sciocchezze, dettagli: distanze, velocità, passo e quant'altro... son cose mica importanti.
Non è per queste cose che si cammina; che cammino.

Al di là di tutto cammino perché... dopo un po'... inizio a sentire... tutto quell'ossigeno!
E inizio a sentire e il battito che si stabilizza su un livello... euforico.

Ecco, sì: euforia: una leggera euforia.
Quasi inavvertita ma sostanziale, effettiva, leggera euforia.

Credo sia proprio per quella particolare combinazione tra pulsazioni e ossigenzazione che...

che ne so.

So che il battito pompa l'aria e questa mi entra nei polmoni e mi gonfia di una sensazione, bella e commovente, di vita.

E mi commuove.
Camminare.
Camminare mi commuove.

Perché...

Forse c'entra tutta quella tutta quella campagna, attorno.
E forse c'entra anche tutto questo autunno, intorno.
E tutti questi colori che nessun'altra stagione ha, né avrà mai; che nessun altro autunno ha mai avuto, e avrà mai.
E forse c'entra anche questo sole gentile che questo splendido autunno ci regala, insieme ai suoi colori.
E tutti quegli odori.
Dio mio come sento gli odori, ora.
Prima li sentivo meno mentre ora... ora... li sento tutti e... e niente: è commovente.

Forse inizierò a correre.
Ma anche no.
Per ora cammino.
E non smetterei più di farlo se solo non fossi così felice di tornare da te.

Non avere più paura, amore mio: io cammino.

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domenica, 23 marzo 2008

siamo tutti un po' stanchi
e non credo sia per la primavera
(si dice faccia questo effetto, no? )


intendo dire...

qui, nella "galassia", ma anche no; anche altrove: in tutti i "sistemi solari" di questo "universo olografico"
(http://www.disinformazione.it/universo_olografico- .htm)





collassi gravitazionali,
espansioni.







siamo tutti un po' stanchi e replichiamo noi stessi in attesa di un autore.
ma non c'è autore in vista,
né potrebbe: siamo recite a soggetto.
dunque... nessun alibi.
ammettiamo, quindi, di essere semplicemente un po' stanchi.


superstiti senza gloria di battaglie senza storia.





personaggi



rivendichiamo una personalità:








"No, Signora, io non sono un numero!" .






numeri


unità immaginarie
(http://it.wikipedia.org/wiki/Unit%C3%A0_immaginar- ia)










è così anche alla bocciofila, il lunedì. figuriamoci se non lo è qui.






soprattutto ora che siamo tutti un po' stanchi.








forse, però, sono stanco solo io.
e sono stanchi i miei occhi.
forse... sono solo stanchi di vedervi.









 

 

quest'ipotesi... è un sollievo.










 

 

 

 

no, Signora, non sono un numero.
sono un frattale:

 

 


















http://www.youtube.com/watch?v=9DdemNEp0D8

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giovedì, 20 marzo 2008
Ehi! Ma quella è Laura! Accidenti com’è cambiata; ingrassata soprattutto. Uno, due, tre... tre bambini. Però! Saranno tutti suoi? Forse sì: hanno i suoi occhi. Belli, i suoi occhi. Oddio, proprio belli... no: erano grandi e, soprattutto, sorridevano sempre. A volte ridevano proprio. Erano la cosa che, più di tutte, mi piaceva di lei. Quelli e il carattere. Oddio... il carattere non proprio; non del tutto, almeno. Comunque sorrideva sempre e, spesso, rideva. Dio quanto rideva; mi faceva sentire così simpatico e non m’importava che per lei lo fossero quasi tutti. Non m’importava che lei ridesse quasi con tutti. In fondo non è la peggiore infedeltà da perdonare a una donna. Eh si! Mi sa che sono suoi tutti e tre: non fanno che ridere tra loro. Però! E’ bello come quadretto. Sono belli da vedere. Peccato solo che sia ingrassata tanto. Accidenti! Bè,in effetti... tre figli; uno dopo l’altro. Peccato però. Già, è proprio un peccato. Non è una questione solamente estetica ma... ma... ma che ne so! E’ un peccato e basta. Caspita! Ora che ci penso, quei bimbi, avrebbero potuto essere miei. Non tutti ma la metà sì. O meglio: la metà di ciascuno. Ciascuno di loro poteva essere una metà dei miei figli. Chissà quale metà . Li guardo tutti cercando di individuare i caratteri presi dalla madre e quelli acquisiti dal padre. Già! E il padre dov’è? Chissà chi è. Lo conosco? Ok... non n’importa. Ora sono troppo preso da quest’operazione di scissione dei caratteri somatici su piccole creature inconsapevoli. La cosa che mi \"intrippa\" di più è immaginare quella metà di loro, presa dalla madre, associata ad una metà ipoteticamente presa da me. Che storia! Quasi quasi mi alzo e vado a salutarla; sono più di dieci anni che non ci vediamo. Saluto prima lei e poi i miei mezzi figli mancati. [i]\"Ciao piccoli! Io sono lo zio Safet\" [/i]. Ora vado e glielo dico. Se non è cambiata si metterà a ridere. Già . Chissà se è cambiata. Chissà se col marito ancora ride, se ride al lavoro, se ride le sere al ristorante con gli amici. Mah? Meglio di no, va'. Meglio se lascio perdere e me ne resto qui, tranquillo, sulla mia sdraio. Anzi... chiudo gli occhi e fingo di dormire. Magari mi addormento davvero.
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giovedì, 07 febbraio 2008
i continenti si muovono. grandioso. pare che i continenti si stiano avvicinando. o allontanando, non ricordo. comunque pare che si avvicinino, o allontanino, di ben due centimetri all'anno. forse, però, sono due centimetri al secolo, non saprei bene, ora. ma al di là del verso e della velocità di marcia, i continenti si muovono. si spostano. pare che uno di questi giorni, o anni, o secoli... si strapperanno. e per dio io vorrei esserci! vorrei sentire quel boato sordo, precedetuto da un volo inquietante e furioso di uccelli, disperati, dal rimbalzare di milioni di pesci sullo specchio infranto degli oceani, da lampi, immagino lampi, di un chiarore magnetico e acceso, sullo sfondo di nuvole di petrolio, ed immagino una folla, di insetti ed umani, scontrarsi confusi e agitati come... pressati, in una bottiglia rovesciata in un cesso. per dio! come vorrei esserci e osservare l'intero pianeta sprofondare sotto il peso d'un vuoto insostenibile e, finalmente, vedere la perfezione nella sua unica declinazione, ormai, possibile: la fine.
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martedì, 05 febbraio 2008
 
c'è un film, pessimo, in cui dei mostri che vivono sotto terra, qualcosa tipo lunghissimi ed enormi vermi, forse meccanici, fatti di ingranaggi di ferro arrugginito ed  olio marcio, saltano fuori all'improvviso da gomitoli di cunicoli sotterranei e... stack! ti si mangiano. ti si inghiottono in un sol boccone. in un solo attimo. e ti trascinano giù, negli abissi di una terra senza respiro e luce. spaventoso. spaventosi loro e spaventoso morire così. stack! un morso secco o una stretta, una morsa, al collo e stop. spaventoso. spaventoso sopravvivere anche solo un attimo, in quegli abissi senza orizzonte. Tremors, credo. dovrebbe essere quello il titolo di quel pessimo film.
 
ora, non sono certo vermi mostruosi e meccanici ma qualcosa di simile esiste davvero. qualcosa di spaventoso, mostruoso, che vive sotto i tuoi stessi piedi, invisibile, inavvertibile. fino a quando... stack! un attimo prima eri lì... magari giocavi a pallone con gli amici, e un attimo dopo... niente. più niente. niente orizzonti, niente luce, niente di niente più. semplicemente sotto terra. e la cosa più spaventosa... è quando sotto terra ci finisce il resto della vita che sarai condannato a vivere.  stack!  un attimo e un verme meccanico s'è inghiottito il futuro lasciandoti solo del tempo mai immaginato, inimmaginabile.
 
sono un uomo fortunato. stupido e fortunato.
 
 
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lunedì, 04 febbraio 2008
Una volta ho vinto un panda. Non un panda vero, intendiamoci. Quelli son protetti e non può capitarti di vincerne uno nemmeno alla lotteria di capodanno. Un panda della Trudy (hai presente?). Accidenti! Io odio i gatti, i cani, i canarini, i pappagalli e tutti gli animali che hanno la tendenza a respirare. Odio persino i pesci rossi... figuriamoci se non odio i panda. E' vero che i panda della Trudy hanno il grosso pregio di non respirare ma... sono fatti così bene che sembrano quasi veri. E questo è sufficiente a farmeli odiare come se lo fossero. In ogni caso, io, se vinco qualcosa, quel qualcosa (qualunque cosa), me la prendo.
 
E così mi portai a casa anche il panda della Trudy che battezzai Trudy. Per un po' vivemmo insieme ma non fu una gran convivenza: lui mi ignorava cordialmente ed io lo ricambiavo con la stessa moneta d'indifferenza gioviale. Dopo qualche mese, però, non ne potevo più del fatto che stazionasse in pianta stabile sulla mia poltrona preferita e mi costringesse, così, a guardare film e partite, di sguincio, dal divano. Così, un giorno, presi il panda e suonai alla porta della vicina (una cinese sotto la soglia di ogni mio possibile interesse presente e futuro; per via dell'odore di fritto). Le dissi che il suo nome uscì da un'estrazione casuale tra i condomini in ritardo con l'affitto e che, per questo, aveva vinto un panda con legato al collo il sollecito per il pagamento della pigione. Lo so, lo so. Lo so che regalare un panda che sembra vero ad una cinese che non ha nemmeno i soldi per l'affitto, pur sapendo che in Cina, i panda, se li mangiano con il bambù e lo zafferano, è un atto ignobile. ma all'epoca avevo già il pesce rosso con cui convivere.
 
Comunque, il panda della Trudy, da me, è stato da dio per tutto il tempo che l'ho tenuto. E lo stesso il pesce rosso. Ne è prova il fatto che il pesce, con me, non ha perso un etto. Almeno, giudicando così, a occhio. Il fatto è che non l'ho mai pesato il pesce rosso (cosa che, invece, facevo regolarmente con il panda). Mica per cattiveria o disinteresse. E' che pesare un pesce rosso non è mica semplice. Uno pensa: che ci vuole? lo prendi, lo posi sulla pesa di precisione e lo rimetti nella sua boccia. Già. Come se non fossero letali gli sbalzi di temperatura per quegli esserini. Avevo pensato di pesarlo con tutta la boccia di vetro ma poi... poi ho realizzato che avrei dovuto fare troppa attenzione a mettere sempre la stessa quantità d'acqua nella vaschetta e che, in ogni caso, per numerosi altri fattori, avrei avuto un dato, sempre e comunque, troppo approssimativo. Pesare un pesce rosso richiede un impegno che non ti dico. Io la buona volontà ce la misi. Comprai anche la pesa i precisione. E non ti dico quanto mi costarono le vitamine da aggiungere al mangime due volte a settimana. Servono per il pelo, lo rendono liscio e brillante. No, non erano per il pesce rosso, quelle. Erano per il panda. Quelle però non le ho date alla morosa cinese.  Le ho tenute io perché conoscendo la cinese... sì insomma, non mi andava proprio che dopo essersi mangiata il panda si prendesse le sue vitamine per avere i capelli più lucidi e brillanti. Ah! il pesce rosso si chiama Trudyno. Sì, in effetti, Trudyno, non è un gran nome per un pesce rosso. Uno di questi giorni glielo cambio. Tanto i pesci non sono mica come cani che hanno la piastrina attaccata al collare. (Non hanno nemmeno il collare. Non ci sono particolari controindicazioni a cambiar nome ad un pesce. Voglio dire... non è che quando lo chiami, un pesce rosso, molla tutto e ti corre incontro scodinzolando, no? E nemmeno ti riporta il bastone, se glielo lanci; non lo devi chiamare per avvisarlo che è pronto in tavola, né te lo ripeterà mai nemmeno se tu insistessi per una vita. Non è mica un merlo indiano. E' solo un pesce rosso, muto! Muto... in quanto pesce. Non è che è difettoso. Va bè! Comunque il nome non gliel'ho ancora cambiato. E poi ormai l'ho fatto incidere sulla piastrina del collare. E poi ormai mi sono abituato a chiamarlo così. Trudyno. In fondo, però, è un buon pesce, Trudyno. Ha un buon carattere e, quanto a vizi, non ne ha. A parte il fatto che gli piace Baricco e non si addormenta se non gliene si legge qualche pagina. All'inizio, ti dirò, la cosa mi pesava un po'. Non per Baricco, che piace anche a me, ma perché non mi piace leggere a voce alta. Comunque, alla fine, ho trovato la soluzione: glielo faccio leggere dal merlo indiano. 
 
Tra le altre cose, il merlo, ha anche una leggera inflessione piemontese e la "erre" un po' arrotolata: sembra un po' Baricco. Peccato che, al momento, sia morto. Il merlo, non Baricco. Ma non è grave. Lo fa spesso. Lo fa per indispormi o spaventarmi, non so. La cosa grave è che, tutte le volte, io ci casco come un salame (che poi, dico io, chi ha mai visto cadere un salame?) e lui se la ride. Muore all'improvviso, così, senza nemmeno lasciare due righe e poi, sempre all'improvviso, me lo ritrovo nel negozio Fauna & Affini, sotto casa, che mi guarda dalla vetrina e se la ride. Diavolo d'un merlo indiano. Mi frega ogni volta. L'ultima volta, ad esempio, ero appena uscito dalla pasticceria all'angolo, dov'ero passato a prendere il giornale (ho un accordo col titolare: io, il mattino, compro la Gazzetta e lui Tuttosport; poi, la sera, ce li scambiamo; è per avere un'idea meno condizionata dalle linee editoriali). Dicevo? Ah sì. Ero appena uscito dalla pasticceria all'angolo e, passando davanti alla "Fauna"... te lo lì! Trudly! Trudly è il mio merlo indiano. Si chiama così. Era lì in vetrina e mi guardava, ridendo, sotto il becco. E così sono entrato nel negozio e ho chiesto una confezione di cotton fioc per conigli nani. Il titolare della Fauna li tiene nel retrobottega e, quando è andato a prendermeli, mi sono ripreso il mio merlo e sono scappato.  Son tornato il giorno dopo per prendere i cotton fioc e, scusandomi per la sera prima, quando, per un attacco di colite, ho dovuto scappare dal suo negozio lasciandolo coi cotton fioc in mano. A dire il vero... il tale della Fauna, mi ha guardato strano, quasi non mi credesse. Io ho fatto finta di nulla: ho preso i cotton fioc. ho pagato e me ne sono andato. Comunque ne ho già parlato con Trudly e l'ho avvisato: "la prossima volta che muori ti lascio alla Fauna!". 
 
Che poi... accidenti! Io odio gli animali.    
postato da: Safetsifuli alle ore 10:58 | Permalink | commenti
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venerdì, 25 gennaio 2008

in ogni caso non mi coglierebbe impreparato.

ho già scelto la canzone per il mio funerale.

 

 

l'avrei voluta al mio matrimonio ma...

 

è questa: http://it.youtube.com/watch?v=1rAsoLm1Ges&feature=related

 

lascia che io voli sulla luna, suoni tra le stelle, e veda com'è, la primavera, su giove o su marte.
 
in altre parole, tieni la mia mano
in altre parole, baciami, piccola mia
 
lascia che il mio cuore si riempia di questa canzone e che io possa cantarla ancora e per sempre.
Sei tutto ciò che desidero, adoro e amo
 
in altre parole, ti prego, sii te stessa
in altre parole, ti amo

 

 

 

 

 

 

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venerdì, 25 gennaio 2008
 
http://www.youtube.com/watch?v=9lCV79H_IFs
 
tutto provoca il cancro. a me piace pensare sia stata tu. e credo di sapere anche quando. dev'essere stata quella volta, avevo la telecamera, e ho aperto la porta della doccia per riprenderti sotto la pioggia migliore che potessi offrirti. e sei scoppiata a ridere. ti nascondevi dietro la mano aperta, come fanno le stars, e ridevi. forse di me, nudo, con la telecamera in mano. poi sei uscita dalla doccia, ti sei avvolta nell'asciugamani bianco, e hai cominciato a camminare verso di me, guardando nell'obiettivo. mi guardavi lì dentro. io indietreggiavo filmandoti e tu... tu mi seguivi. e mi hai detto... "dove mi porti" ? ecco. dev'essere stato lì. in quel momento. in quel mio silenzio. nel mio non risponderti. nel mio non avere risposta. nel mio perderti. ecco. è lì. in quel momento lì, mi hai provocato il cancro. ora lo so. oh! non t'avessi mai amata... (sorrido)
 
 
 
 
(scrivo solo "cose di fantasia" quindi non rallegratevi. non ho il cancro)
postato da: Safetsifuli alle ore 17:44 | Permalink | commenti
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venerdì, 11 gennaio 2008

dovrei imparare dall'acqua

 

 

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sabato, 05 gennaio 2008
 
Come un lampione.
 
Un po' meno alto, certo, e meno acceso ma... per il resto sembro proprio un lampione: fisso e indifferente al traffico.
 
Su questo marciapiede.
 
Mi sento ridicolo, come uomo e come lampione, qui, immobile, su questo marciapiede.
 
Ridicolo some se... come se indossassi un colbacco.
 
E mi conto le dita.
 
Ripasso i pensieri e una lezione che non mi riesce d'imparare.
 
Fisso, immobile e ridicolo.
 
E indifferente al traffico.
 
Indifferente al traffico e ai passanti: un ubriaco mi chiede l'ora ma gli rispondo troppo tardi; sta già chiedendo ad un altro lampione.
 
Per nulla reattivo.
 
Ci sono bradipi morti dai riflessi più pronti.
 
Io, a malapena, riesco ad evitare che i cani mi piscino sulle scarpe.
 
A proposito, il mio cane!
 
Avrei dovuto portarlo qui con me.
 
A quest'ora avrà fatto la pipì sul tappeto all'ingresso.
 
L'avessi portato con me, ora, sembrerei almeno un tale col cane e non uno idiota con il colbacco.
 
E non avrei il tappeto da portare in tintoria.
 
E poi lui, il cane, forse saprebbe portarmi via da qui, dove sto, da ore, per ore e da giorni, indifferente al traffico e a tutto il resto.
 
Indifferente a tutto ciò che non potrebbe mai apparire alla tua finestra.
 
Ti faccio ridere?
 
Dev'essere per il colbacco
 
 
postato da: Safetsifuli alle ore 10:35 | Permalink | commenti (3)
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venerdì, 04 gennaio 2008

immagine. Tutta una storia in un'unico fotogramma. Un condensato di accadimenti, susseguenti e conseguenti, cristallizzati in un diamante, taglio brillante, che riflette nelle proprie sfaccettature un'infinità di attimi, istanti, momenti. Ho nella mente una storia che non mi riesce di scrivere, fissata, com'è, in una sola, unica, immagine. Ed è l'immagine di un ritorno. Un ritorno immobile che è principio e fine, che riprende un continuo sospeso, mai interrotto. 

 

 

http://it.youtube.com/watch?v=NPL8Yfqn_cM

 

 

 

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giovedì, 20 dicembre 2007
stasera il freddo passava attraverso i vestiti e gelava il sudore, sulla pelle. il fiato si condensava mescolandosi alla nebbia che saliva dai fossi. l'erba, ghiacciata, rifletteva la poca luce di uno spicchio di luna, basso, lontano. ombre, scheletri d'alberi. la mia fatica ostinata era... commovente.
 
 
postato da: Safetsifuli alle ore 21:06 | Permalink | commenti (1)
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giovedì, 13 dicembre 2007
 
Cara Matilda, oggi Milano è sotto la neve.
No... non rallegrarti: a Milano, non è immacolata nemmeno la neve che sta cadendo; una volta posata poi... non ne parliamo. Città bastarda anche sotto la neve. Solo... più silenziosa.
Giornata fredda e sospesa tra le feste. Già, siamo sotto le feste, qui. No... non rallegrarti: a Milano le feste non sono allegre nemmeno appena prima, o appena dopo. Città bastarda anche tra due feste. Solo... più illuminata.
Ricordi le feste? Io sì e ne ricordo una che tu... . 
Ricordo le feste ed ogni singolo ballo.
E ricordi la neve? 
Io sì, una neve che tu... .
Una neve che tu non sai. 
Ricordo la neve dentro una boccia di vetro capovolta. Una boccia di vetro spesso che... tu non sai, che tu non puoi. No, non rallegrarti: non lo si può proprio considerare un souvenir; vetro spesso e bastardo.
Mi spiace, Matilda, non ho buone notizie da darti.
No. Non te ne rallegri. Lo so.
  
Waltzing Matilda with me...
 
 
http://www.youtube.com/watch?v=CBdo4DL2cBM&feature=related
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mercoledì, 05 dicembre 2007
il proprio posto al mondo. il proprio ruolo. nel disordine.
 
c'è chi studia le dinamiche delle grandi masse. persone, molecole, fluidi, pianeti, automobili. si cerca un ordine nei moti giganteschi e apparentemente disordinati. apparentemente? forse, apparentemente. o apparentemente in parte.
 
pare che in certi pellegrinaggi oceanici ci scappino spesso centinaia di morti.  pare che osservando dall'alto la scena, il tutto, sembri come il nascere di un'onda che si increspa, si agita, si alza, si infrange per poi ritirarsi e lasciare sull'asfalto, come conchiglie, i corpi calpestati di... di chi?
vittime prescelte? casuali? causali? perché loro? perché così? era il loro ruolo in quel disordine?
pare che, in quelle situazioni, sia sufficiente che un pellegrino si chini a sistemarsi un sandalo per dare il via alla strage: un leggero rinculo di chi lo segue dà il via all'onda anomala, alla valanga, e a centinaia di metri, dopo decine di minuti, qualcuno muore schiacciato come una mosca.
per un saldalo.
 
com'è? ... il battito delle ali d'una farfalla in cina provoca un uragano in california? qualcosa del genere. ma non sempre. non tutte le volte che una farfalla sbatte le ali in cina si abbatte un uragano sulla california. o in florida. non tutti i sandali si slacciano lungo la strada per la mecca e non tutti i sandali che si slacciano lungo la strada per la mecca provocano una strage. ma può capitare. è capitato. può capitare ancora.
caso? caos? c'è chi studia il disordine apparente e ne rintraccia serie di cause ed effetti, ne ricava formule, algoritmi, regole.
 
e il disordine appare più ordinato.
e dio... più umano.
e l'umano divino? nel momento in cui l'uomo modifica la realtà, compresa, è divino? mangia il frutto della conoscenza? il frutto che lo rende simile a dio? al creatore? l'uomo, che crea viali e piazze capaci di sopportare lo slacciarsi di un sandalo, o barriere che neutralizzano i battiti d'ala di una farfalla... quest'uomo, è creatore? quando l'uomo comprende la semplicità del disordine è dio? e, come dio, salva?
 
salverà anche me?
 
studiando il traffico, il fluire disordinato delle vostre automobili, partendo dalle origini del vostro fluire, dal perché siete saliti in auto quella mattina, e per andare dove, quel giorno, iniziando da quale istinto, umore, o altro elemento decide la vostra velocità, gli scarti nella vostra direzione, ... si comprenderà? si permetterà all'ambulanza di arrivare in tempo? 
 
salverà anche me? 
e qual'è il mio ruolo, in questo disordine?
 
 
 
Koyaanisqatsi
http://it.youtube.com/watch?v=t29fgA5M7VA&feature=related
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domenica, 02 dicembre 2007

senza maiuscole. senza maiuscole e con una punteggiatura incerta. qualche metafora, una certa ironia, nessuna bugia. questo è quello che ti puoi aspettare dal mio modo di scrivere. e non solo di scrivere. nessuna maiuscole, parole abbreviate, frasi, a volte, quasi solo accennate. questo è il mio, personale, modo di scrivere. e c'è una canzone che amo: paolo conte, gelato al limone. liberta e perline colorate, ecco quello che io ti darò. è poco e molto, vero? è tutto e nulla. forse è solo poco, però. donna che stai entrando nella mia vita. con una valigia di perplessita. oggi è una giornata fredda, di sole azzurro, in un autunno anomalo. sembra una giornata di vacanza. perline colorate, sparse tra parole sospese, senza maiuscole. e tutto è un pò confuso. ma bello. e tu mi sembri nuda davanti alle mie parole. davanti ai miei occhi. dovrei correre a coprirti. nuda sei bellissima.

 

http://media.putfile.com/limone-25

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mercoledì, 28 novembre 2007
la signora ha comprato le pile per il suo vibratore e si esibisce nel suo pezzo migliore.
alla signora piace giocare prima di darsi. 
 
ricavo il peggiore piacere da certi pomeriggi.
strani, non belli. 
 
la signora scompare ed un'altra compare.
altra camera, altri giochi.
 
affino l'arte della volgarità e mi gusto il piacere d'esser sgradevole.
posso dare il meglio dando il peggio di me.
ne ottengo soddisfazioni appaganti.
bruceranno poi.
dopo. 
vane.
 
vano perdersi.
 
nessuno affoga mai nel proprio sangue.
 
un poco di vita rimane ad imporre il respiro.
 
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mercoledì, 28 novembre 2007
Dai. Pagami la colazione. Dai. Un cappuccino. Dai! No? Un caffè? Dai! Qualcosa di caldo, dai. Ho freddo. Fuori c'è un freddo porco, dai. Almeno sto un po' dentro e mi scaldo. Dai! Poi ho fame ,dai. Qualcosa di caldo: un cappuccino; un caffè, almeno. Dai. Ti racconto una storia se mi paghi la colazione. Dai. Dai. Dai! Sì grazie. Due, grazie. Anzi... tre bustine, grazie. Prendine un po' per dopo. Sì, dopo, dai. Sì, grazie. Cosa? La storia? La vuoi davvero? Ok. Pagami la brioche e te la racconto. Dai. Dai che ho fame. Sì va bene, grazie. Grazie. Sì. La storia, sì. Guarda che è una storia vera, sai? Guarda che è vera davvero. Davvero... vissuta. Sì, io. Io, una volta, ero pugile. Niente di speciale: solo un pugile. A volte le davo, altre le prendevo. A volte vincevo, altre no. Quando vincevo, vincevo per KO. Quando perdevo, perdevo ai punti. Quasi sempre perdevo. Quasi sempre ai punti. Due volte ho perso per KO. Veramente tre ma una non conta perché era scritto che dovessi andar giù. Comunque, una volta ero pugile: ho fatto trentasette incontri. Comunque... una volta ero pugile poi... poi ho smesso. Ecco ti racconto di quella volta che ho smesso. Ti racconto dell'ultimo incontro, va bene? Sì, va meglio, grazie. Un bicchiere d'acqua, grazie. Dunque... ero pugile. Niente di speciale: a volte le prendevo e a volte le davo, insomma. Comunque... quel pomeriggio m'incontravo con un certo Salvatore Apulia detto "Sempre'npiedi". "Sempre'npiedi" perché non andava mai giù. Un pugile che... come pugile non valeva una cicca. Praticamente era un sacco. Non vinceva quasi mai. Perdeva quasi sempre. Perdeva ma... sempre ai punti. Mai caduto. Mai sceso al tappeto. Mai. Nemmeno per uno scivolone o uno sgambetto. Mai. Comunque... quel pomeriggio avevo quest'incontro con "Sempre'npiedi". Un incontro da poco; da niente. Un incontro "da pomeriggio", appunto. Vincere... avrei vinto di sicuro. Ai punti, questo  già lo sapevo. Quello che non sapevo è che dopo quell'incontro... dopo aver vinto quell'incontro... non sarei mai più salito su un Ring. Comunque... io stavo lì al mio angolo e scuotevo la testa su e giù come per assentire alle solite raccomandazioni del Secondo; quello di turno, visto che un Secondo fisso non ce l'avevo. Ero lì che fingevo di ascoltare il Secondo e guardavo "Sempre'npiedi" al suo angolo. Lui, nemmeno la scuoteva la testa. Forse nemmeno riusciva più a muoverlo il collo con tutte le botte che aveva preso in quegli anni. Comunque... lo guardavo: era grosso. Grosso un bel po'. No! Era più grosso di me. Il peso non sempre la dice tutta su quanto un pugile è grosso e... nel suo caso il peso taceva un bel po'. Dunque... arriva il momento in cui l'arbitro ci chiama al centro del Ring, il momento in cui si comincia a boxare, quello in cui studi un po' l'altro e quello in cui cominci a tirare davvero. Le solite cose insomma; i soliti momenti. Nulla di particolare ad eccezione del fatto che per quante gliene dessi... lui se ne stava lì in piedi. Non è che non le sentisse: accidenti se le sentiva! Certi colpi gli giravano la faccia che sembrava si si dovesse staccare dal collo rigido come stretto in un collare. Dio quante gliene ho date. Dappertutto: fianchi, stomaco, mascella, mento, naso. Quello proprio non c'entrava nulla con la boxe. Mica era un puglie quello: era un sacco. Ad un certo punto avevo persino smesso di saltellargli attorno e di preoccuparmi di schivare o parare i suoi colpi: tanto... pochi ne aveva da dare alla prima ripresa... figurati dopo un po'. Me ne stavo lì in piedi, fisso davanti a lui, gambe aperte a caricar i colpi più che potevo. Niente. Quello non cadeva. Ad un certo punto non gli davo nemmeno più veri pugni... pugni da pugile intendo; gli tiravo dei "cartoni" in faccia con quanta più forza avessi e con quanta più rabbia e con quanta più curiosità e sorpresa potessi mettere e trovare in un pugno. Niente. Sì, grazie. Dicevo... l'ho riempito di pugni più di quanti ne abbia mai dati ad un sacco ma lui... niente: sempre in piedi. Sempre'npiedi. Mi facevano persino male le mani dentro i guantoni e le braccia non le sentivo più; le spalle... un male alle spalle... ma lui niente: sempre in piedi. I Piedi. I suoi piedi. I suoi piedi erano enormi. Me li ricordo... enormi, giganteschi. Non so... forse il sudore negli occhi dilatava tutto ma più gli guardavo i piedi, per trovare il momento in cui ne sollevasse uno e colpirlo proprio in quell'istante... più gli guardavo i piedi e più quei piedi mi sembravano enormi: lunghissimi, grandi, a pianta larga quanto una zattera. Stramaledetto lui ed i suoi piedi larghi; lui ed il suo collo rotto, lui e le mie mani, lui e quel maledetto gong che non arrivava mai. Poi arrivò, comunque. Vinsi, ovviamente, e vinsi ai punti. Lo sapevo già prima che avrei vinto quell'incontro ma prima non potevo sapere che poi, dopo quell'incontro, io di salire su un Ring non ne avrei avuta più nessuna voglia. Perché? Non lo so il perché. Forse m'ero stancato di essere solo un pugile che a volte le prende e a volte le dà, che a volte vince e a volte no. Forse per quello. O forse... non so, forse non ho trovato più un senso al "salire sul Ring". Che senso c'è? Che senso c'è a salire sul Ring se puoi solo vincere o perdere? Sì. Credo sia quello. Che senso ha? Che senso ha se puoi solo vincere o perdere? Uno lotta, dà tutto, tutta la forza che ha, tutta la rabbia, tutta la disperazione, tutto l'amore, tutti i suoi giorni, i suoi sogni, tutta la sua vita, lì, sul Ring, E poi? Poi... puoi solo vincere o perdere. Capisci? O vinci o perdi. Solo questo. Cosa? Vai, ora? Sì. Ok. Lasciami qualche soldo, dai. Dai. Dai! Qualche soldo. Grazie. Sì, ciao. Ciao.
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lunedì, 26 novembre 2007
non sono costretto su una sedia a rotelle e non sbircio possibili omicidi nel palazzo di fronte.
mica sono james stewart.
e questo non è un film di hitchcock. 
ho solo voglia di starmene qui, sul bordo della finestra, al buio di questa notte. 
ho solo voglia di fumare quest'ultima sigaretta soffiando sulla sua brace come se fosse una piccola candela votiva.
e guardo la mia faccia, riflessa sul doppio vetro sporco, chiusa nella cornice d'alluminio di quest'infisso, specchiata in questa notte.
e non ho la faccia di james stewart.
e questo,  non è un film.
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domenica, 25 novembre 2007
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domenica, 18 novembre 2007
Morire. E' un attimo. E', in un solo attimo, sentire che tutta la tua vita sta per essere risucchiata in un buco nero, assorbita in un nulla, rivolta a... a niente più.
Anni, mesi, giorni... istanti, scivolano, rapidamente, in quel buco. E non è vero che tutta la vita ti passa davanti agli occhi, come sequenza accellerata di un film. No. Ma è qualcosa del genere, in un certo senso. In un certo senso... è come se lo fosse. E' una sensazione, sensazione di un attimo. Come la sensazione di quell'attimo in cui si rompe il filo della collana e tutte le perle si sfilano e cadono prima che tu riesca anche solo a pensare di fermarle, di impedirlo. E' la sensazione di non poter far più nulla, di non poterci fare nulla, se non osservare quel breve momento in cui le perle sflilano, i giorni cadono, gli istanti cessano. E ti spegni. Un'ultima frase? Un'ultima parola? Un ultimo gesto? Un ultimo bacio? Un ultimo abbraccio? Un ultimo saluto? Un ultimo sorriso. Bagnato di pianto.
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lunedì, 12 novembre 2007
piove un tempo giusto
grigio
una luce grigia, senza direzione, cancella le ombre che questa pioggia non lava
e ogni rumore
silenzio
silenzio
silenzio
piove
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sabato, 10 novembre 2007
Ho fame.  Ho fretta.  Ho un'avidità profonda e alcun tempo per stupide vanità.  Tenetevi il resto, i contorni, e passatemi primi piatti sugosi e carne, carne al sangue, che ho fame e sete, di fiumi rossi e cascate d'acqua, dunque... niente attese.  Voglio mangiare quanto più mi riesce e delle pause, delle attese, dell'attendere che il piatto sia ben guarnito, non ne voglio sapere: che sia una vita grassa, tagliata spessa, cotta poco, mangiata in fretta. Che ho fame. E ho fretta.
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sabato, 10 novembre 2007
Si muore per mancanza di vita. Detta così sembra una sciocca e stupida ovvietà. In realtà è, semplicemente, una semplice verità. Una verità semplice come tutte le verità.
 
In fondo il sapere, ogni sapere, sia giungere ad una verità e credo che ogni verità, una volta compresa, raggiunta, sia semplice. Credo anche che ogni sapere si raggiunga solo al termine di un percorso circolare, di una ricerca "rotonda"; di un cerchio che si chiude ad un livello di semplicità pari a quello da cui si era partiti; una semplicità pari alla semplicità di una domanda, di un'aspettativa, di un'attesa, di un bisogno. Un cerchio, un circolo; come se la verità fosse già lì, alla "partenza", ma la si possa raggiungere solo compiendo tutto il giro di pista; tutto il "gioco dell'oca".
 
E' così: la verità è uno scherzo nel circolo dell'oca.
 
E allora?
Allora nulla!
Se è uno scherzo... ci si ride sopra e basta.
Si muore per mancanza di vita. Ad un certo punto... manca la vita e si muore. Basta; tutto qui. E' come uno scherzo, no? Se è uno scherzo allora... sorridi. Se arrivi a capire questo, nella sua semplicità, ci sorridi; e basta. Altrimenti...
 
Altrimenti continui a chiederti, a cercare, a girare; a tirare i dadi imprecando o gioendo, tra la locanda e il pozzo, finché non ti ritrovi, comunque, alla partenza. Solo più stanco. Con meno vita. Finché la vita ti finisce e muori. Semplice: semplicemente, muori.
 
 
Immagine:Tablero oca.jpg
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giovedì, 08 novembre 2007
postato da: Safetsifuli alle ore 19:30 | Permalink | commenti
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giovedì, 08 novembre 2007

A cosa serve il dolore. Serve? Pinocchio, burattino, senza il dolore non può accorgersi che il fuoco gli si sta mangiando le gambe. Il dolore serve a vivere. Qualcuno potrebbe precisare che, semmai, serve a sopravvivere. Sarebbe una precisazione buona per chi non ha urgenza, necessità, contingenza. E' un sofisma buono per chi può permettersene, per chi può voler distinguere tra vivere e sopravvivere. La sostanza è che il dolore serve a vivere. Il dolore ci educa, ci protegge, ci preserva. Angelo custode, santo protettore, giudice, educatore. Solo... non chiedetegli affetto. Quello no. Quello non ve lo può dare così come noi stessi, mai e poi mai, sapremmo dargliene. Il dolore è come un amico. Come, un amico. Come, ma non lo è, un amico. Il dolore è solo un servitore e come ogni servitore è colmo di rancore. Speriamo sia fedele, almeno.

Occorre avere memoria del dolore. La memoria del dolore è importante. Sempre. Occorre ricordare il dolore provato. Ricordarselo bene. Tenerselo a mente. Riportarlo a memoria. Ricordare come è nato, con quale accento, con quale vagito. Occorre ricordarselo e l'unico modo per farlo è riviverlo, nella mente, nella memoria.

E la partita a quel punto è con la paura. Serve la paura. Certo che serve. Come il dolore. La partita a quel punto è con la paura ed è una partita che non puoi vincere ma che puoi perdere. Puoi perderla e non c'è da augurarselo.  Ma puoi non perderla, pur senza vincerla, giocandola ancora, e ancora. Come? Con la conoscenza. Si ha paura sempre di ciò che non si conosce. A volte anche di ciò che si conosce ma... se non lo conosci è anche peggio. Se non lo conosci perdi soltanto: non hai ruolo, non hai campo, non hai mai la palla e perdi; perdi soltanto.  

Occorre conoscere il dolore.

Per vivere.

Senza paura.

Te lo ricordi il dolore?

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sabato, 22 settembre 2007
La neve cadde abbondante in quei giorni. Tutto, intorno, era un paesaggio di vetro, un silenzio  esatto sotto una luce fredda. Quando giunse il momento di andare, lo feci, e me ne andai camminando all'indietro. Affondavo il passo, nella neve fresca, senza impaccio. Il silenzio, irreale, era rotto dal rumore che fa la neve sotto i passi. Lasciavo impronte perfette. Mi allontanai e nel farlo, tutto, intorno a me, sembrava dilatarsi. Persino l'orizzonte, che poco prima pareva cadermi addosso, ora si allontanava seguendo chissà quale marea. Mi fermai un istante. Con lo sguardo, ripercorsi le mie orme abbandonate, sino al loro convergere. Sembravano un ritorno. Non accadde nient'altro. Me ne andai... con un primo ritorno.
 
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martedì, 18 settembre 2007

La sdraio è perfetta: di quelle in legno con la seduta in tela, a strisce rosse e blu. Non amo le sdraio in alluminio, con il telo in plastica; ancor meno quelle che non siano a strisce.

Il posto è perfetto: sotto gli alberi ma in pieno sole; la piscina è abbastanza vicina per quando avrò voglia di tuffarmici ma non troppo da essere disturbato dai tuffi degli altri. 

L'ora è perfetta: è mattino presto e, a quest'ora, siamo in pochi. E quei pochi... sono come me.

Mi tolgo la maglia e l'appoggio allo schienale della sdraio. Mi tolgo le ciabatte e comincio a godere dell'erba sotto la pianta dei piedi. Mi toglierei anche il costume ma... non è prevista come possibilità, qui. Peccato.

Mi siedo, mi sdraio, mi svacco, allungo le  gambe, ben larghe. Butto le braccia all'indietro oltre il capo.

Sono inerte. Attendo lo stato di grazia. Arriverà. Piano piano arriverà. Presto. Basta non attenderlo. Basta restare inerti.

Chiudo gli occhi e non penso.

Sento.

Sento con tutto quello che ho a disposizione per sentire ed è un peccato non potersi togliere anche il costume, qui. Peccato non poter sentire con le palle quest'aria leggera che le fronde, di tanto in tanto, hanno la bontà di lasciar filtrare. Peccato non sentire col cazzo questo sole, ancora gentile, del mattino.

Non penso e sento.

Sento la pelle ancora asciutta scaldarsi pian piano e pian piano rilasciare liquidi e tossine.

Sudo. E sento.

Mi sento sudare pian piano e pian piano sento le gocce di sudore farsi più gravi. Eccola. Ecco la prima. Ecco la prima goccia di sudore farsi grave abbastanza. Eccola ingrossarsi oltre il limite dell'immobilità e... eccola: si muove, scivola, mi scivola addosso; cammina come una mosca sulla mia pelle già calda; mi zampetta, gentile, addosso; scende dal petto e va a spegnersi tra i peli attorno all'ombelico. Eccone altre, seguirla. eccone altre ancora, sulla fronte, sulle spalle, schiena, fianchi, ovunque. 

Sudo, ovunque, e mi sento sudare.

E sento la pelle così calda; sento l'erba sotto i piedi e piccole formiche scalarmi le gambe.

Sento, ogni tanto, sul collo una brezza ed eccola, come una brezza: la grazia.

La sento.

Con tutto me stesso.

La sento e non penso.

La sento e non sento più nulla.

Sudo, sudo soltanto.  

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lunedì, 17 settembre 2007
 
Ho rasato i capelli, tagliato le unghie, e mi sono steso sulla sabbia a rosolarmi al sole fino a scottarmi.
Sono brasato e sto cambiando la pelle come un serpente, il cranio mi duole, ustionato com'è, e sento una miriade di minuscole fitte allo spuntare dei capelli. Le unghie mi crescono più bianche che mai.
 
Il vento soffia dal mare e tiene le nuvole lontane, alle mie spalle, sulla cresta delle montagne; a volte soffia da terra e le nuvole si spingono verso il mare per cedere, poi, alla brezza marina. 
 
I capelli raggiungono ormai il centimetro e sono cosparsi di brandelli di pelle del cranio che mi si stacca del capo come forfora. Le unghie sono ormai troppo lunghe e piene di sabbia. Sono pieno di macchie chiare e piccoli brufoli pruriginosi sulle spalle.
 
Il vento a volte soffia dal mare. A volte spinge da terra le nuvole. A volte tace soltanto. Ma solo a volte e mai per tanto.
 
Mi copro di sabbia.
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